Le PMI nel Programma Horizon 2020

Post on 13 Dicembre 2016
by Avv. Nicola Ferrante

Un punto estremamente delicato è la corretta individuazione delle PMI. Cosa sono? Come faccio a capire se la mia è una PMI? La risposta si ricava compiendo una o due serie di indagini ed è fondamentale per poter partecipare a un bando “attraente” ogni volta che il finanziamento è previsto per PMI. Si premette, comunque, che l’obiettivo di questo articolo è fornire al lettore le basi essenziali dell’argomento, che si rivela piuttosto tecnico e merita di essere approfondito anche attraverso fonti più articolate.

La prima serie di indagini verte sul raffronto di criteri prettamente numerici:

  • medie imprese: meno di 250 dipendenti, meno di € 50 milioni di fatturato annuo, meno di € 43 milioni di stato patrimoniale;
  • piccole imprese: meno di 50 dipendenti, meno di € 10 milioni di fatturato annuo, meno di € 10 milioni di stato patrimoniale;
  • micro imprese: meno di 10 dipendenti, meno di € 2 milioni di fatturato annuo, meno di € 2 milioni di stato patrimoniale.

Tuttavia, i valori indicati vanno calcolati richiedono precisazioni aggiuntive ed è qui che si apre la seconda serie di indagini.

Tra i dipendenti figurano praticamente tutti colori i quali sono legati all’impresa da vincoli di subordinazione (a tempo indeterminato, determinato, part time, lavoratori stagionali), quindi operai, impiegati, quadri, dirigenti, ecc. ecc.; tra questi, però, solo i lavoratori a tempo indeterminato contano come una unità, mentre gli altri contano come frazioni di unità. Non rientrano nel computo dei dipendenti gli apprendisti e chi beneficia di permessi di maternità o ferie. Si faccia attenzione a tutti questi dettagli quando ci si appresta a valutare i requisiti centrali del bando o quando si compila la proposta di progetto.

Il fatturato annuo e lo stato patrimoniale si calcolano su base annuale, riferendosi ai pagamenti effettivamente ricevuti e al netto delle imposte indirette.

Non è poi detto che un’impresa sia autonoma; e qui sorge in automatico la domanda “quando un’impresa può dirsi autonoma”? Risposta: quando non è legata in alcun modo ad altre (es. tramite partecipazioni) e quando possiede meno del 25% del capitale o dei diritti di voto di un’altra (o, viceversa, quando è l’altra a detenere meno del 25% del capitale o dei diritti di voto dell’impresa in considerazione). L’autonomia non è intaccata dalla presenza di più soggetti detenenti meno del 25%, purché non connessi tra loro: se A e B detengono ciascuno il 15% di C e non sono autonomi tra loro, vanno considerati come “gruppo AB” che detiene il 30% di C, con il risultato che C non è più autonomo.

Le regola appena vista “salta”, dunque A continua ad essere considerata autonoma se il predetto livello arriva al 50% a causa dei seguenti tipi di investitori, purché operino autonomamente tra loro:

  • società pubbliche di partecipazione, società di capitale di rischio, persone fisiche o gruppi di persone fisiche, esercitanti regolare attività di investimento in capitali di rischio, che investono fondi propri in imprese non quotate, a condizione che il totale investito in una stessa impresa non superi 1.250.000 euro;
  • Università o centri di ricerca senza scopo di lucro;
  • investitori istituzionali, compresi i fondi di sviluppo regionale;
  • autorità locali autonome aventi un budget annuale inferiore a 10 milioni di euro e meno di 5.000 abitanti.

Per le imprese non autonome, invece, il calcolo delle tre voci indicate sopra avviene in maniera diversa, di solito tramite una sommatoria delle voci di tutte le entità coinvolte. Se vi rendete conto di procedere per conto di un’impresa che non è autonoma, badate bene di contare tutti i valori con grande attenzione perché potreste pensare erroneamente di avere tra le mani una PMI, oppure una PMI stabilita in uno Stato membro UE o in un paese associato.

Le imprese non autonome possono essere “associate” se le partecipazioni vanno dal 25% al 50%, tranne che per le già viste eccezioni.

Oppure possono essere “collegate”, ma solo se esiste una delle seguenti relazioni:

  • un’impresa detiene la maggioranza dei diritti di voto degli azionisti o soci di un’altra impresa;
  • un’impresa ha il diritto di nominare o revocare la maggioranza dei membri del consiglio di amministrazione, direzione o sorveglianza di un’altra impresa;
  • ai sensi di un apposito contratto o dello statuto di un’impresa, una seconda impresa ha il diritto di esercitare un’influenza dominante sulla prima;
  • un’impresa azionista o socia di una seconda impresa controlla da sola, in virtù di un accordo stipulato con gli altri azionisti o soci della seconda impresa, la maggioranza dei diritti di voto degli azionisti o soci della seconda.

Qual è il senso di queste distinzioni? Sempre il modo di calcolare le tre voci ormai note (dipendenti, fatturato, stato patrimoniale), che avviene grossomodo in questi termini: se le imprese sono associate devo sommare le percentuali di ciascuna voce, se sono collegate sommo i totali.

Alcuni esempi, supponendo sempre che la mia impresa sia A.

A detiene il 30% di B; C detiene il 40% di A. In questo caso le imprese sono associate, quindi le voci si sommano mantenendo le stesse percentuali, ovviamente considerando separatamente i dipendenti, il fatturato e lo stato patrimoniale: il 100% dei valori di A + il 30% dei valori di B + il 40% dei valori di C.

A detiene il 51% di B; C detiene il 70% di A. In questo caso le imprese sono collegate, quindi non importano i valori percentuali, ma si considerano solo i totali: il 100% dei valori di A + il 100% dei valori di B + il 100% dei valori di C.

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